Cerca
Blogosfere
Gen 0923

Le persecuzioni religiose in Birmania

Pubblicato da Enzo Reale alle 18:31 in Current Affairs


Due recenti episodi hanno portato alla luce il tema della persecuzione delle minoranze religiose in Birmania. Nascosta dietro la più generale azione repressiva della giunta al potere, questa ulteriore forma di discriminazione si rivela invece specialmente odiosa in una nazione buddista in cui gli stessi militari non perdono occasione per proclamare ufficialmente la loro devozione. Ciò che peraltro non ha impedito loro di sparare sui monaci meno inclini all'obbedienza durante la rivoluzione zafferano del 2007.
I Rohingya sono una minoranza musulmana che vive (o almeno ci prova) nell'Arakan State, parte occidentale del paese. Se per l'intera popolazione birmana le violazioni dei diritti umani sono all'ordine del giorno, i Rohingya sono semplicemente non-persone. Privi di documenti, non possono spostarsi senza autorizzazione, ma nemmeno sposarsi e aprire attività commerciali. Educazione e sanità, già precarie nel resto del territorio, sono di fatto negate ai membri di questa etnia. Il confinante Bangladesh ospita al momento duecentomila rifugiati, sfuggiti alle violenze dei militari e alla fame. Si tratta di campi profughi improvvisati in cui si vive in condizioni, a detta dei testimoni, squallide. Non è difficile immaginarlo visto che dei Rohingya non si è occupato mai nessuno, non fanno notizia, non danno visibilità, sono musulmani la cui difesa non interessa le grandi masse del sabato pomeriggio. Tanto è vero che la brutta storia che li riguarda, l'ultima, è emersa ed ha incredibilmente ottenuto l'attenzione dei media internazionali solo perché è avvenuta almeno in parte sotto gli occhi di qualche turista occidentale che stava prendendo il sole nelle Similan Islands thailandesi proprio mentre un gruppo di rifugiati approdava sulla costa dopo giorni di navigazione su una chiatta. Le foto scattate da un australiano e diffuse da un sito web hanno spalancato la porta di una forma di punizione collettiva fino a quel momento ignorata da tutti, a parte la guardia costiera della Thailandia che evidentemente la praticava da tempo. I Rohingya sono stati ritratti con le mani legate dietro la schiena e stesi al suolo mentre i soldati della marina di Bangkok li controllavano armi in pugno. Una testimonianza telefonica raccolta dall'organizzazione umanitaria Arakan Project e dalla BBC (si tratta di un rifugiato attualmente ospitato in un campo profughi in India) descrive il contesto in cui questa immagine deve essere inserita. Pare che le autorità militari, dopo aver ammanettato i profughi al loro arrivo, li trasferiscano provvisoriamente sull'isola di Koh Sai Daeng e li trattengano a pane e acqua per diversi giorni prima di ributtarli a mare. Nello specifico, dopo l'arresto, i Rohingya verrebbero accompagnati in mare aperto in un viaggio della durata di 36-48 ore per poi essere lasciati in balia delle onde e degli squali dentro una imbarcazione senza motore e con razioni di cibo e acqua insufficienti al fabbisogno alimentare minimo. L'odissea si concluderebbe in tragedia per la maggior parte di loro se è vero che, dei quattrocento disperati di cui faceva parte anche chi ha reso la testimonianza, solo 98 sono stati recuperati vivi nei pressi della Andaman Islands, già in territorio indiano, ed altri 190 vicino alle coste dell'Indonesia da imbarcazioni di pescatori. Questi numeri presumibilmente sono solo la punta dell'iceberg visto che gli arrivi sulle coste thailandesi sono continui. Il che porta a chiedersi da quanto tempo vada avanti questa condotta omicida da parte della Thailandia, perpetrata certamente con il consenso delle autorità birmane. Ufficialmente la marina thailandese nega tutto ma alcuni suoi funzionari avrebbero invece confermato al reporter della BBC che si tratta di una pratica consolidata. Il nuovo primo ministro Abhisit ha detto che si riunirà con i rappresentanti di alcune associazioni per i diritti umani ma è una risposta piuttosto debole visto che la sua carica lo rende direttamente responsabile di quanto accade sulle coste del paese che governa. Ovviamente queste accuse dovranno essere confermate ma tutto fa pensare che il racconto non sia molto distante dalla realtà se la stessa India ha riconosciuto di aver assistito a più riprese diversi profughi che giungevano in prossimità delle sue coste quasi in fin di vita, dopo molti giorni di navigazione. La Thailandia finisce per riconoscere implicitamente il trattamento vessatorio quando adduce ragioni di sicurezza legate alla prevenzione del terrorismo: secondo Bangkok i Rohingya sarebbero legati alle frange dell'estremismo islamico presenti nel sud del paese e molti di loro sarebbero destinati ad arruolarsi nelle file dei gruppi combattenti. Un'affermazione come minimo difficile da verificare e che sa di lasciapassare valido per tutte le stagioni.
Il secondo episodio ha avuto luogo di recente in territorio birmano e riguarda la comunità cristiana ivi presente. Secondo quanto riferisce l'agenzia di stampa dell'esilio Mizzima e riprende l'organizzazione Christian Solidarity Worldwide, la giunta avrebbe ordinato la chiusura di cento chiese cristiane a Rangoon con la conseguente minaccia ai sacerdoti di cessare ogni attività religiosa, pena il carcere. Nel provvidimento sono inclusi gli appartamenti privati nei quali si tengono le messe, che possono arrivare a riunire numerosi fedeli. La recrudescenza della repressione religiosa in questa fase può essere dovuta alla volontà dei militari di sgombrare il campo da qualsiasi gruppo organizzato alternativo a quelli esplicitamente allineati con il regime in vista delle elezioni-farsa previste per il 2010. E' la stessa logica che ha portato alle condanne decennali inflitte ai dissidenti a partire dallo scorso ottobre. Ma esiste anche un'altra versione: che si tratti del castigo delle autorità  per l'assistenza prestata dalle comunità cristiane in occasione della devastazione del ciclone Nargis, una carità costata cara anche ad altri volontari, il più famoso dei quali è il comico Zarganar cui sono stati inflitti 45 anni di galera. Christian Solidarity Worldwide denuncia però l'esistenza di un disegno più ampio che prende le mosse da un documento proveniente dal ministero degli affari religiosi, un programma in 17 punti volto a sradicare il cristianesimo dal territorio birmano (il titolo recita precisamente così). Il punto uno stabilisce che "non esisterà più nessuna casa in cui si pratichi la religione cristiana". Il tempo confermerà intensità e caratteristiche dell'offensiva. Quel che sembra indiscutibile è che l'ostilità nei confronti delle minoranze religiose da parte del regime aggiunge dolore e ingiustizia alla già devastata terra delle mille pagode.

Leggi anche:


Trackback

Indirizzo di Trackback per questo post:
http://blog.blogosfere.it/mte/mt-tb.php?tb_id=151640

Commenti

Scrivi un commento

:

:

:

(facoltativo):

Attendere la pubblicazione del commento
Profilo
SKY
Foto & Video
Post più letti
Ultimi commenti
Archivi

Mappa del blog

Tag
Newsletter
Logo Blogosfere
Cronaca e Attualità
Cultura
Economia e Finanza
High Tech
Politica e Società
Scienza e Salute
Spettacoli
Sport e Motori
Style e Fashion
Tempo libero

Speciali
In cerca d'autore
  • Vuoi curare uno dei nostri blog in cerca d'autore? Per conoscere i blog liberi scrivici a bloggers@blogosfere.it
Business Blog
Ultime di Politica
Ultime da Blogosfere
Link utili
Partner
Partner tecnici
  • Logo SixApart
  • Logo MySyndicaat