Non c'è dubbio che il momento politicamente più rilevante dell'incontro al vertice di ieri sia stato quell'urlo prolungato sul giardino della Casa Bianca. Di chi era quella voce?
Identified
by authorities as Wenyi Wang, 47, of New York, she had gained admission
with a press pass issued by a Falun Gong newspaper, Epoch Times, copies
of which were passed out by protesters outside the gates.
Pare
che gli ospiti non l'abbiano presa bene e che Bush in privato si sia
scusato con Hu Jintao. Certo, devono essere stati due minuti infiniti
per il dittatore cinese, visibilmente imbarazzato nel proseguire il suo
discorso e decisamente poco abituato alle interruzioni. L'Epoch Times si è dissociato dall'azione di protesta pur giustificandola:
At
the welcoming ceremony for Chinese Communist Party leader Hu Jintao on
the south lawn of the White House on 4-20, Dr. Wenyi Wang stood up in
the press corps and shouted slogans.Dr. Wang attended this event on Epoch Times press credentials. However, her actions this morning were her own. In protesting in this manner, she did not act on behalf of The Epoch Times . Moreover, she had not consulted any of her Epoch Times colleagues beforehand about her staging this protest. If The Epoch Times had known of her intention to use this event to protest, we would have seen that her press credentials were withdrawn.
The Epoch Times apologizes to President Bush and the White House for Dr. Wang's actions.
However, while The Epoch Times
does not approve of the methods used by Dr. Wang, we think the world
does need to understand what might have moved a respected medical
professional such as Dr. Wang to take such unconventional actions.
Il protocollo non è stato il piatto forte di questa visita: prima le incertezze sulla definizione del summit, poi l'errore nell'annunciare l'inno nazionale (lo speaker ha detto Republic of China,
il nome ufficiale di Taiwan), poi una serie di imprecisioni nella
traduzione simultanea, infine Bush che tira per la giacca Hu per
instradarlo correttamente.
Sul piano dei contenuti si è assistito ad
un prevedibile nulla di fatto: poche rassicurazioni da parte di Pechino
sulle questioni nucleari nordcoreana e iraniana (alla faccia dei
sostenitori della Cina come attore responsabile a livello
internazionale), nessun impegno concreto sul piano economico
(rivalutazione dello yuan, importazioni e pirateria), risposte di
circostanza (cioè una sostanziale presa in giro) su aperture politiche
e diritti umani. Bush, seppur timidamente, ha insistito sulla necessità
di democratizzazione interna e, durante l'incontro a due, ha sottoposto
nuovamente all'attenzione del suo omologo una lista di prigionieri
politici i cui casi l'amministrazione americana considera
particolarmente urgenti. Ma ci sono poche speranze che il gesto di
buona volontà che non è arrivato prima del vertice possa avvenire dopo.
La stessa lista era stata inoltrata lo scorso settembre durante una
sessione delle Nazioni Unite, senza risultato. Chissà se il nome di Hao Wu era in quell'elenco.
In
generale la sensazione è stata quella dello stallo, con gli Stati Uniti
incapaci di esercitare pressioni consistenti e la Cina rigettando ogni
concessione. Ognuno per la sua strada, finché i cammini non si
incroceranno di nuovo. Il problema è che non passa giorno senza che la
superpotenza reale e quella potenziale si confrontino sul piano
economico e i prossimi mesi promettono scintille anche su quello
politico. Al di là della cordialità di rito l'atmosfera delle relazioni
bilaterali è tutt'altro che distesa. Sono molti i fronti aperti ma la
grande questione irrisolta rimane la natura del regime di Pechino
(mentre la prospettiva di una crisi interna si fa sempre meno remota).








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