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Feb 10 8

Intervista. "La mia vita per Kim Jong-il"/3

Pubblicato da Enzo Reale alle 20:19 in Current Affairs





Nella terza parte dell'intervista ad Alejandro Cao de Benós (qui le precedenti puntate: 1 e 2) si trattano soprattutto temi economici. La situazione nel paese, già precaria, sembra essere stata ulteriormente aggravata negli ultimi mesi dalla misura di rivalutazione monetaria adottata dal governo. Proprio ieri Barbara Demick descriveva il quadro della situazione sul Los Angeles Times. Che al Nord stia succedendo qualcosa lo dimostrano anche le voci sulla possibile destituzione di un alto ufficiale incaricato di gestire la riforma. Confermate o no, il fatto stesso che siano riuscite a bucare la cortina di ferro suggerisce che forse, stavolta, Kim Jong-il non ha adeguatamente calcolato le conseguenze delle proprie decisioni. Anche perché gli episodi di ribellione più o meno aperta si stanno ripetendo con una frequenza del tutto inusuale per il Regno Eremita. Oltre che di questioni economiche, Cao parla delle basi ideologiche su cui si regge il sistema comunista di Pyongyang.

Come descriverebbe il sistema economico nordcoreano?
Un sistema di proprietà statale e collettiva basato, per quanto possibile, sull’autosufficienza economica. Lo stato destina al popolo in maniera egualitaria i beni che possiede. L’agricoltura costituisce il 60 per cento dell’intera economia, il resto è industria pesante, particolarmente bellica.

La grande carestia degli anni 1995-1998 avrebbe provocato, secondo alcune fonti, tra uno e due milioni di morti. Sono vere queste cifre?
Non ci sono cifre ufficiali ma personalmente credo che non si siano superati gli 80.000 morti.

Quali furono le cause della carestia? Che parte ebbero eventuali errori o omissioni nella gestione economica e in quella degli aiuti da parte del governo di Pyongyang?
Il governo non commise errori, assolutamente. Se no, come spiegare che dal 1948 al 1995 non successe mai nulla di paragonabile? Negli anni ’80 l’economia del Nord era più forte di quella del Sud e tra i paesi socialisti il nostro era tra più prosperi. Le cause della crisi furono la fine del blocco comunista con la conseguente difficoltà ad adattarci a logiche diverse da quelle cui eravamo abituati, e soprattutto i disastri naturali che colpirono il paese.

Lei cosa ricorda di quel periodo?
Ho visto morire gente, certamente. Anche senza mangiare, le persone lavoravamo fino a 20 ore al giorno per aiutare il paese a riprendersi. Molte di loro morivano sul posto di lavoro. Non c’era riscaldamento, né elettricità, né acqua corrente. Ricordo tutti i negozi chiusi a Pyongyang, dove funzionava solo il sistema di distribuzione pubblica. Ricordo una collega del ministero con le mani sullo stomaco, per non aver mangiato nulla dal giorno prima. Io mi nutrivo con un pomodoro, una cipolla e un pezzo di pane congelato della Croce Rossa.
Contrariamente a quanto dicono i media internazionali, in campagna la gente soffriva e moriva meno che in città perché ad ogni famiglia contadina era assegnato un piccolo appezzamento di terreno per uso personale, dove si coltivavano verdure e si allevavano animali. Nel Nord, dove per ragioni climatiche non si poteva far crescere nulla, la crisi fu più dura.

Com’è oggi la situazione alimentare nel paese?
Il World Food Program (WFP) lancia continuamente allarmi perché ha interesse a farlo. Se no come raccoglierebbe i finanziamenti? Stesso discorso per la FAO. In realtà anche dalle foto satellitari si vede come quest’anno il raccolto è stato il migliore degli ultimi anni. Oltretutto stiamo modernizzando le attrezzature per il lavoro agricolo e standardizzando le caratteristiche dei terreni. Non c’è nessuna emergenza alimentare nel paese attualmente e le cose possono solo migliorare.

Che prove ha di quel che afferma?
Visito regolarmente il paese in lungo e in largo, da nord a sud, da est a ovest. Vedo cooperative, ospedali, fattorie.

Ha accesso a tutto il territorio nazionale?
No, ci sono zone militari il cui accesso è proibito a tutti. Però la vita del popolo la conosco bene e sto vedendo continui cambiamenti in positivo: più prodotti nazionali, snacks, patate fritte, biscotti, beni di consumo.

Mentre i nordcoreani morivano di fame lei accompagnava le delegazioni straniere a visitare le opere architettoniche del regime, gli imponenti monumenti all’ideologia e perfino una mastodontica sala da bowling. Poi c’erano le spese militari, gli orologi di lusso, le scorte di cognac per Kim Jong-il. Come difende le priorità del regime e il suo ruolo nel supportarle in quel particolare momento della storia del paese?
La KFA comincia a organizzare visite nel paese a partire dall’anno 2000, quando la crisi era già terminata. Gli edifici si costruirono per la maggior parte negli anni ’80, quando l’economia era in buona salute. Per questo, ad esempio, la costruzione dell’hotel Ryugyong si interruppe quando si constatò che i fondi dovevano essere destinati ad altre priorità. Inoltre tutti i materiali per la costruzione provengono dall’interno, non importiamo nulla e quindi non spendiamo nulla. Sul cognac, Kim Jong-il non beve alcolici, quindi è una speculazione.

E’ vero che Kim Jong-il ha ordinato la chiusura di tutte le piccole attività commerciali private sorte dopo la carestia e tollerate dal regime anche se formalmente illegali?
Non esistono attività private di questo tipo in Corea del Nord, non c’è un’economia alternativa a quella socialista. Tutti i chioschi o le bancarelle che si vedono nelle città o nei villaggi sono di proprietà statale: lo stato ne assegna la gestione a determinate categorie di persone a fini esclusivamente sociali. In questo modo le persone si sentono utili e socializzano con i vicini.
E’ vero che durante la crisi alimentare si aprirono i cosiddetti open-markets, nei centri urbani soprattutto, un esperimento che però non ha nulla a che vedere con attività private. Ogni azienda statale aveva la possibilità di fissare i propri prezzi entro un margine stabilito dallo stato, una forma embrionale di concorrenza per provare a rendere più dinamica l’economia. Adesso questi open-markets non sono più necessari e verranno chiusi.

Lei personalmente cosa pensa della proprietà privata?
Dipende dal paese e dal sistema. Per me la collettività è più importante dell’individuo e lo stato nordcoreano attualmente rappresenta pienamente gli interessi della società.

In breve, ci può spiegare come funziona il sistema sanitario?
La sanità è gratuita per tutti. Negli ospedali l’attenzione è immediata. Non solo: ogni mese le famiglie ricevono la visita di un medico che controlla il loro stato di salute. E’ un sistema di medicina preventiva. Il numero di medici è molto alto e in questo modo è possibile sopperire alle carenze tecnologiche che, sfortunatamente, ancora ci portiamo dietro. Nei limiti del possibile utilizziamo i rimedi tradizionali nordcoreani secondo la tradizione orientale.

In cosa consistono i programmi scolastici e universitari?

Insegnamento obbligatorio fino alla maggiore età, accesso gratuito all’università, non esiste l’analfabetismo. I programmi scolastici prevedono una parte di studi politici di orientamento ideologico ma soprattutto lo studio delle materie tradizionali, altrimenti il paese non potrebbe progredire dal punto di vista scientifico e non potrebbe produrre i missili intercontinentali che abbiamo.

Secondo l’iconografia ufficiale Kim Il-sung e Kim Jong-il sono considerati alla stregua di dei o semi-dei. Le loro immagini sono appese non solo negli uffici pubblici ma anche in tutte le case. Le spille con la loro effigie sono ornamento necessario negli indumenti degli adulti. Lei, da occidentale, come giudica questo tipo di culto della personalità?

Non si tratta di culto della personalità. Io direi piuttosto che si seguono gli insegnamenti di un maestro. In Asia la figura del maestro e del padre è molto più importante che in occidente e la Corea del Nord ha conservato totalmente questa forma di rispetto nei confronti della guida. Kim Il-sung è il padre della nostra società ma nessuno lo definirebbe mai un dio, perché tutti sanno che è morto e che anche suo figlio è mortale. E’ un dio nella stessa maniera in cui i cristiani definiscono Gesù Cristo il loro maestro.

Una volta vidi un documentario – credo fosse del National Geographic - in cui alcune persone si rivolgevano adoranti alle icone del Grande Leader e del Caro Leader ringraziandole di aver ridato loro la vista. Cosa pensa di questo tipo di manifestazioni?

In quel reportage si cercava il sensazionalismo e si descrivevano fatti al di fuori del loro contesto. I pazienti ringraziavano i nostri leaders per aver creato un sistema che ha permesso loro di recuperare la vista attraverso una operazione. Un sistema nel quale il chirurgo era andato ad operare non il re o un membro privilegiato del Partito – come si dice sempre - ma una semplice contadina.

Il sito ufficiale della DPRK, di cui lei è artefice, contiene una esaltazione incondizionata del Grande Leader e del Caro Leader. Lei pensa che Kim Jong-il sia infallibile? Se no, può dirmi quali sono stati, secondo lei, gli errori del Caro Leader?

Sicuramente ha commesso errori ma da quando io vivo in Corea del Nord non saprei indicarne nessuno. Non posso rimproverare nulla a Kim Jong-il, il cui comportamento è l’esempio grazie al quale il sistema si mantiene. Ho visto errori in altri funzionari del Partito ma non nel nostro leader.

Si trovava già in Corea quando Kim Il-sung morì? Non è stato quello un incredibile episodio di fanatismo di massa?
Mi trovavo in Spagna. E’ stata una dimostrazione di unità del popolo nei confronti del leader o del padre. Kim Il-sung ha sempre trattato i nordcoreani come suoi figli, addirittura adottò personalmente migliaia di orfani. Quella manifestazione di dolore era quella di un figlio per la morte del proprio padre. Non ci fu nulla di orchestrato in quella occasione, tutto fu spontaneo e un coreano si offenderebbe se qualcuno manifestasse dubbi al proposito.

Ogni quanto tempo incontra Kim Jong-il?

Sono stato personalmente al suo cospetto in una sola occasione, nel 2003, poco dopo aver ricevuto la mia imposizione. Ma siedo vicino a lui nelle parate militari e ci teniamo regolarmente in contatto attraverso i rapporti ufficiali che gli faccio pervenire o la posta elettronica. Molte volte mi invia saluti personali nel corso manifestazioni ufficiali.

Quale è il suo stato di salute attuale?
Sta bene ma come ogni persona in età avanzata può a volte patire qualche acciacco. Si sono dette molte falsità in questi mesi, per esempio non è assolutamente vero che è stato operato al cervello. Non bisogna credere a nessuno perché in tutto il paese solo due persone conoscono lo stato di salute reale del nostro leader. E’ un segreto di stato.

C’è mai stata in questi mesi una situazione di vuoto di potere in Corea?

Il sistema è perfettamente strutturato in caso di decesso di Kim Jong-il. C’è un presidente dell’Assemblea Popolare che è già il presidente della nazione e come tale rappresenta il popolo e anche la Commissione Nazionale di Difesa, di cui Kim Jong-il è presidente, è dotata di un vice che potrebbe esercitarne le funzioni. Non sarebbero possibili rivoluzioni o colpi di stato perché il livello di coesione della società lo impedirebbe. Certo, il carisma del leader non è riproducibile.

In chiave successione si parla del terzogenito Kim Jong-un. Sono solo speculazioni o c’è qualcosa di vero?
Non c’è successore designato né si percepiscono segnali di un prossimo cambio al vertice. Kim Jong-il è al potere perché lo ha voluto il popolo, non perché lo abbia designato suo padre. I nordcoreani non accetterebbero mai un leader a loro imposto dall’alto, io stesso non lo accetterei se non avesse una traiettoria riconosciuta e nella quale mi potessi riconoscere.

Scusi, non ho capito bene.

Fin da bambino Kim Jong-il vestiva uniforme militare e viveva con i soldati. La gente lo ha sempre visto come un leader potenziale e lui ha sempre avvertito la profonda responsabilità di aiutare il padre. In quanto persona carismatica il popolo lo accolse come sostituto del Presidente Eterno. Non c’era nessun altro come lui.

L’esercito rimarrà fedele alla linea dettata dal Partito o sono prevedibili iniziative indipendenti?
Senza nessun dubbio seguirà la linea perché il Partito è ovunque, anche nei ranghi dell’esercito.

Perché l’esercito nordcoreano ha bisogno di un milione di uomini?

Per difendersi da una superpotenza come quella americana. E’ grazie al nostro esercito che la Corea del Nord ha potuto sopravvivere.

Qual è il livello di soddisfazione tra i militari? Esistono fenomeni di diserzione o di ammutinamento?
Ho molti amici nell’esercito e posso assicurare che le nostre divisioni sono compatte intorno al Partito e al suo leader. Non esistono fazioni o frizioni. Anche se ci fosse qualcuno che pensasse diversamente, sarebbe molto complicato posizionarsi contro l’intera società. La principale paura in Corea del Nord è quella di un rifiuto sociale.

Pensa che i nordcoreani qualche volta non abbiano paura anche del loro governo?
No, la gente vede il governo come una entità benevola. Io stesso sarei molto più duro in certi casi. Governo, popolo ed esercito sono una cosa sola.

C’è polizia nelle strade?

Non è necessaria. In una società libera da problemi sociali, da conflitti, da estremismi, dalla droga, dalla prostituzione, in una società che si autoregola, ogni fenomeno di rottura della coesione verrà corretto dagli stessi cittadini. I carcerati sono pochissimi e generalmente hanno problemi mentali.

Esiste in Corea del Nord un servizio segreto paragonabile al KGB sovietico o alla Stasi nella Germania Orientale?
C’è un servizio di intelligenza che dipende dal ministero dell’interno e si incarica di prevenire le minacce alla sicurezza del nostro paese provenienti dall’esterno. Non è una polizia incaricata di spiare la popolazione, perché noi non abbiamo problemi di questo tipo. In Corea del Nord ogni cittadino è un sorvegliante che si incarica volontariamente di controllare il comportamento dei suoi vicini.

Dove è nato Kim Jong-il, in un villaggio russo o sul Monte Paektu?
Sul Monte Paektu, dove agivano le forze della guerriglia. In Russia non c’è nulla che ricordi la sua nascita, il Monte Paektu è pieno di cimeli.

La storia del comunismo è costellata di massacri, povertà e oppressione. Alla luce del crollo dei sistemi comunisti in quasi tutto il mondo, su quali elementi si basa la sua difesa incondizionata di questa ideologia?
I massacri provocati dal comunismo non sono superiori a quelli che produce continuamente il sistema capitalista. Basta guardare a ciò che è successo in Jugoslavia dopo la fine del regime comunista. Prima tutte le razze convivevano senza problemi, poi si è scatenato l’inferno. E’ una menzogna che il comunismo sia stato una tragedia: è vero che alcune persone che hanno applicato l’ideologia comunista hanno commesso errori. La mia difesa dell’ideologia si basa sulla ricerca di una società egualitaria in cui l’uomo non sia sfruttato da altri uomini e dove tutti i mezzi di produzione appartengano al popolo. Il socialismo nel quale credo, quello della Corea del Nord, riunisce tutta la società e tutti sono partecipi della Rivoluzione.

Che opinione ha dei grandi leader comunisti della storia: Lenin, Stalin, Mao, Pol Pot?

Stalin e Mao furono grandi rivoluzionari. Ma la Rivoluzione Culturale fu uno sbaglio. Stalin ebbe il merito di integrare all’interno dell’Unione razze e culture diverse e di opporsi al nazismo. Certamente entrambi commisero errori, soprattutto sotto il profilo spirituale. Di Pol Pot non voglio parlare, fu una tragedia e basta.

Perché secondo lei il sistema comunista nordcoreano non è crollato come gli altri?
Per la nostra ideologia, che non esclude ma assimila. Per esempio, in Cina o in Unione Sovietica dichiararono guerra alla religione. Noi abbiamo integrato i religiosi all’interno del Partito. Ma soprattutto grazie alla figura dei nostri leader. Kim Il-sung è stato il più grande leader comunista della storia.

Crede che quello nordcoreano sia un modello da seguire per le altre nazioni?
Sì, anche se sarebbe impossibile trasferire il modello ad altre realtà nazionali senza adattarlo alle circostanze.

In cosa consiste, secondo lei, la superiorità del modello nordcoreano rispetto al resto dei sistemi politici?
Nella capacità di garantire la soddisfazione dei bisogni essenziali dell’essere umano attraverso l’azione del governo inteso come benefattore del popolo. Nell’eliminazione della corruzione economica attraverso la redistribuzione delle risorse alla gente.

Ci spiega in che cosa consiste l’ideologia della Juche?

La Juche è un’idea originale che ha le sue basi nella cultura e nella tradizione nordcoreana, non esente da influenze religiose, perfino buddiste. La sfera spirituale contribuisce all’originalità di una filosofia che, proprio per questo motivo, non potrebbe funzionare altrove. L’inclusione degli artisti e degli scienziati nel Partito provocò molti problemi a Kim Il-sung nei rapporti con gli altri paesi del blocco comunista.

Crede che la popolazione sappia esattamente di cosa si tratta?

Sì, senza alcun dubbio. Tutti sarebbero in grado di spiegarla, da un bambino di tre anni a un anziano di 80. La si studia e la si assorbe continuamente.

Stando alle notizie ufficiali, nel mese di dicembre il governo nordcoreano ha deciso la rivalutazione del won. Quali sono le ragioni di questa riforma monetaria?

In primo luogo l’obiettivo è renderlo equiparabile al dollaro o all’euro, evitando di sommare zeri. Ma la ragione fondamentale è la lotta contro la falsificazione della moneta. In Italia, ad esempio, è stata recentemente sgominata una banda che aveva stampato milioni di won falsi.

Ma il won non è una moneta presente nei circuiti internazionali, che senso ha falsificarlo?

Molta gente pensa che si possa cambiare in valuta internazionale o manda won in Cina, dove si vende a commercianti coreani.

Sempre secondo le fonti disponibili, il limite massimo di denaro convertibile sarebbe stato in un primo momento di 100.000 won per persona, per essere poi elevato in seguito a 500.000. Le risulta che questo parziale riaggiustamento sia legato ad alcuni episodi di protesta popolare seguiti alla rivalutazione?
Per quel che ne so non si è stabilito nessun limite di convertibilità anche se, ovviamente, ogni situazione sospetta di accumulazione viene attentamente esaminata per combattere le irregolarità. Il sistema bancario nordcoreano è uno dei più flessibili del mondo: non solo non esistono tasse sui guadagni personali ma anche i non residenti possono aprire un conto in banca.

Lei certamente avrà modo di parlare con la gente. Come ha accolto la popolazione la riforma monetaria?
Al mio ritorno a Pyongyang parlerò con i cittadini di questo argomento.

(continua)
Feb 10 2

Intervista. "La mia vita per Kim Jong-il"/2

Pubblicato da Enzo Reale alle 16:11 in Current Affairs




Quella che segue è la seconda parte dell'intervista integrale ad Alejandro Cao de Benós, il trentacinquenne catalano che ha scelto di servire la causa del comunismo più ortodosso, trasferendosi a Pyongyang per collaborare con il governo nordcoreano.
La prima puntata è qui e, in inglese, sul blog OneFreeKorea (con una introduzione di Joshua Stanton, decisamente troppo dura nei confronti di Cao e troppo benevola nei miei).
La scorsa settimana sull'Opinione la versione cartacea (all'interno dei numeri di martedì e mercoledì).
Nel segmento di oggi si parla, tra l'altro, di campi di concentramento e prigionieri politici, ma anche di libri e cinema.

Dalle immagini che provengono dalla Corea, Pyongyang appare il più delle volte come una città imponente ma deserta, con pochi passanti e vigili urbani che dirigono un traffico inesistente. E’ questa la realtà?
Pyongyang è una città monumentale, ricostruita quasi interamente dopo i bombardamenti americani, in cui abitano meno di 4 milioni persone. La sensazione di vuoto deriva dalle sue dimensioni. In Corea del Nord non c’è traffico perché, a parte la necessità di risparmiare combustibile, il trasporto è interamente pubblico. Ogni impresa, ogni ministero, ogni organizzazione hanno a disposizione 3 o 4 veicoli. Solo alcune categorie di persone dispongono di un’auto privata: coreani residenti in Giappone che tornarono in patria negli anni ‘80, atleti famosi o scienziati di spicco. A Pyongyang tutti i palazzi sono del popolo ma non ci sono abitazioni private. Lo stato regala la casa ai cittadini i quali non hanno spese di affitto o mantenimento, sempre che rimangano all’interno dei parametri di consumo energetico stabiliti.


Esiste una vita notturna a Pyongyang? Ci sono cinema, ristoranti?
Non solo: ci sono karaoke, sale da bowling, centri culturali. La vita si basa sulla diffusione della cultura, a Pyongyang come in tutto il paese. La gente frequenta i parchi con le famiglie, gioca a carte, pesca, e in genere va a dormire molto tardi, verso le 2 o le 3 di notte.


Che film si proiettano?
L’arte cinematografica ha come scopo la formazione di una coscienza sociale. Non si proiettano film che fomentino il capitalismo o la distruzione della società, non esiste la pornografia. Kim Jong-il è un appassionato di cinema ma, al contrario di quanto si dice in occidente, la sua cineteca non contiene titoli hollywoodiani.


Come vive la gente nella capitale e nel resto del paese? Che differenze ci sono?
Le zone rurali hanno ovviamente servizi ridotti rispetto alla capitale ma in generale nei villaggi si è sempre vissuto meglio che nella grande città. Per esempio, le famiglie possono coltivare di tutto sull’appezzamento di terreno a loro assegnato all’interno delle cooperative. Quando ci furono problemi alimentari i contadini sopravvissero molto meglio che i cittadini dei centri urbani. Inoltre il salario dei lavoratori dei campi è superiore a quello dei funzionari pubblici, quasi il doppio.
Lo stato si fa carico di tutto, dalla casa, all’assistenza sanitaria, ai buoni alimentari.


Funziona ancora il Sistema Pubblico di Distribuzione degli alimenti (PDS)?
Certamente. Ad ogni famiglia si assegnano delle quote per il cibo – uova, polli - ma anche per gli indumenti – scarpe, vestiti -. E’ vero che durante la crisi alimentare questo sistema venne ridimensionato ma non fu mai interrotto e dal 2000 è tornato sui livelli precedenti. E’ la base del nostro socialismo.

Come giudica in generale il livello di vita dei nordcoreani?
E’ una vita umile ma degna. La persona non deve preoccuparsi per il domani, non ha mutui da pagare, non ha paura di perdere il lavoro. Ogni sua necessità è coperta dallo stato.

Supponiamo che io lavori molto per potermi permettere una casa più grande. Perché non posso comprarmela?
Perché devi sacrificare il tuo egoismo per il bene comune. Devi orientare i tuoi obiettivi verso l’ideologia, non verso i tuoi bisogni materiali. E’ il vantaggio di un sistema ideologico rispetto ad uno basato esclusivamente sull’economia.

La gente accetta questa visione?
Totalmente. Per questo il sistema si mantiene saldo. Nel 2010 non è facile rimanere un paese comunista di 24 milioni di persone senza che il popolo sia d’accordo.

Ci sono molti modi di mantenere in piedi un sistema…
Attualmente tutti senza eccezione appoggiano il sistema e darebbero la vita per la sua sopravvivenza. Non è un’imposizione, è una realtà.

In una citazione inserita in un recente editoriale sul quotidiano del Partito Rodong Sinmun, Kim Jong-il sembra riconoscere che i fabbisogni minimi della popolazione non sono stati ancora coperti. Come si deve interpretare questa ammissione?

Semplicemente come consapevolezza di quel che successe tra il 1995 e il 2000 e che la Corea del Nord non ha mai negato. Dopo il crollo degli altri sistemi comunisti la nostra nazione perse tutto il suo commercio estero, il blocco economico statunitense aumentò di intensità e fummo colpiti da una serie di disastri naturali. Fu necessario riconvertire l’economia del paese perché tornasse a funzionare, aprendosi anche a contatti con aziende del mondo capitalista. Questa fase di riassestamento non è ancora terminata.

E’ noto che le élites politiche e militari godono di privilegi rispetto alla popolazione comune (in temini di alloggio, cibo e beni di consumo). Ma la Corea del Nord è un paese egualitario: non c’è contraddizione in questa disparità di trattamento?

Questo è falso. Un generale dell’esercito vive come un impiegato di una fabbrica di scarpe, in tutte le zone del paese. Il nostro vice-presidente abita in un appartamento esattamente come ogni altro cittadino. Altrimenti il sistema cadrebbe. La gente non è stupida.


Ma durante la carestia i dirigenti non ricevevano razioni alimentari superiori alla gente comune?
No, lo stesso Kim Jong-il mangiava una ciotola di riso come tutti i nordcoreani.

Però lui vive in un palazzo...
E’ un’altra bugia. Il nostro leader ha alcune residenze segrete in diverse zone del paese per il semplice fatto che viaggia continuamente per stare con la gente. Se non fosse così non potresti vedere le sue foto ogni giorno da un luogo differente.

Sono tutte vere queste immagini?
Tutte. Oggi è in una fattoria di maiali, domani in un avamposto militare, dopodomani in una cooperativa ed ogni mattina i notiziari aggiornano la popolazione sui suoi spostamenti e sulle persone che ha incontrato nelle loro case.

Che libri si possono leggere in Corea del Nord? Ho letto che la Biblioteca Nazionale di Pyongyang ospita testi occidentali, tra cui perfino romanzi di Orwell o i classici francesi. E’ così? Chi la frequenta?

Non so se ci sia Orwell, e mi sembra un sarcasmo. Ma libri occidentali ce ne sono molti, normalmente i classici. Non abbiamo problemi sempre che non diffondano pornografia o propaganda capitalista. Tutti i cittadini possono frequentare la Biblioteca Nazionale.

E nelle librerie cosa si trova?
Un po’ di tutto: matematica, geometria e le opere dei nostri leader. Logicamente il controollo è fondamentale per garantire la vitalità del sistema.

E’ vero che Kim Jong-il è un appassionato di Internet?
In generale si interessa alle nuove tecnologie. E so per certo che ha un indirizzo e-mail.

Chi scrive a Kim Jong-il?

Io gli ho scritto diverse volte e ho ricevuto sue risposte. Ovviamente lo disturbo solo per le questioni urgenti.

A quanto ne so, in Corea del Nord non esiste Internet come noi lo intendiamo. Ci può descrivere come funziona la rete e chi la utilizza?
E’ una Intranet a cui gli utenti possono collegarsi gratuitamente per entrare in chat o consultare la loro e-mail. E’ uguale al world wide web però funziona solo all’interno del paese. Le informazioni si filtrano per evitare che le persone entrino in contatto con contenuti violenti o pornografici.

Come i notiziari della CNN?

Quella è pura propaganda, non sono notizie.

Che immagine hanno di se stessi i nordcoreani? E’ un popolo razzista o tollerante? In che misura il sentimento nazionalista contribuisce a cementare il regime? Glielo chiedo perché sta per uscire il libro di B. R. Myers intitolato “The Cleanest Race”, che credo farà discutere esperti e appassionati.
I nazionalisti nordcoreani sono inseriti all’interno del Partito dei Lavoratori che difende la sovranità e l’integrità del paese. Ma il concetto di razza è estraneo alla società nordcoreana che, anzi, soffrì immensamente le politiche razziste degli occupanti giapponesi.

Ha dovuto pagare un prezzo personale per le sue convinzioni politiche?

Un prezzo molto alto, perché quella occidentale non è una società libera ma completamente manipolata nell’interesse delle classi dirigenti. Ho perso lavori importanti, amicizie che credevo consolidate, per anni ho avuto problemi con la mia famiglia. Ho sofferto molto. Adesso è diverso, sono una persona conosciuta e rispettata.

Si sente più libero in Corea del Nord?

Certamente. Vivo in un paese in cui la gente crede nei miei stessi ideali e dove non devi preoccuparti continuamente di tenere d’occhio il portafoglio. E’ un modello sociale che permette di rilassarsi.

In occidente la Corea del Nord è generalmente considerata come il paradigma dello stato totalitario, nel quale i diritti umani e le libertà fondamentali sono inesistenti e in cui ogni posizione contraria a quella ufficiale è radicalmente repressa. Vorrei conoscere la sua versione dei fatti.
Chi sostiene una posizione del genere non sa nulla della storia e della cultura nordcoreane. Io sono una persona che ha sempre preferito verificare di persona quello che altri davano per scontato. Così ho fatto con la Corea del Nord e devo dire che la stragrande maggioranza delle persone che visitano il nostro paese cambiano opinione una volta preso atto della realtà.

Come descriverebbe il sistema politico nordcoreano?
Come un sistema socialista basato sull’ideologia Juche, che ha al centro l’uomo come trasformatore della società.

Crede che i nordcoreani in generale siano felici del loro modo di vivere?
Sì, molto felici. Molto più che in occidente. Ogni volta che vengo in Spagna non vedo l’ora di ritornare a Pyongyang, vedendo la quantità di gente in difficoltà economica e preoccupata per il proprio futuro. I nordcoreani vivono in una società migliore dal punto di vista mentale, ideologico o spirituale.

Perché allora vi sono persone che cercano di scappare all’estero, rischiando la loro stessa vita?
Perché la propaganda dei media occidentali è molto forte. In ogni caso molti di quelli che in occidente chiamano “rifugiati” attraversarono la frontiera con la Cina negli anni della carenza alimentare, perché nel Nord le condizioni erano molto dure. La maggior parte di loro tornarono più tardi e solo poche centinaia di persone decisero di rimanere in Cina, convinte dalle promesse di un guadagno facile. Queste persone, se tornassero oggi in Corea, dovrebbero spiegare perché decisero di non rientrare insieme a tutte le altre. Temendo un rifiuto sociale preferiscono tentare la sorte in Corea del Sud.

Però anche oggi il flusso di rifugiati continua.
Sono casi isolati, normalmente influenzati dalla propaganda. In molti casi ritornano e vengono nuovamente accolti. Non c’è nessun castigo per loro, contrariamente a quanto affermano certi media occidentali. Cosa diversa sono i casi di spionaggio che sono a tutti gli effetti un crimine contro lo stato. Per uno che se ne va, migliaia dimostrano ogni giorno la loro fedeltà al regime.

Perché il governo nordcoreano non permette che i suoi cittadini viaggino al di fuori dei confini dello stato?
Si può viaggiare all’estero ma sempre con una missione ben precisa della quale il governo sia a conoscenza. Oltretutto viaggiare costa molto e sono necessari fondi che solo lo stato può mettere a disposizione. Nel futuro, quando la economia lo consenta a tutti, i nordcoreani potranno viaggiare liberamente.

Se io visito Pyongyang posso parlare con la gente comune?
Sì, se io sono insieme a voi.

Perché gli stranieri che visitano la Corea del Nord devono sempre essere accompagnati da una guida ufficiale che non li lascia mai soli?
Perché la gente non li conosce e perché per ragioni di sicurezza dobbiamo mantenere una certa distanza. Ogni giorno gli Stati Uniti cercano di infiltrare spie nel nostro paese, di massacrarci con la loro propaganda per distruggere la nostra economia. Attraverso il CoCom gli americani influenzano le nostre relazioni commerciali con l’estero, per esempio i canadesi non possono venderci medicinali perché altrimenti avrebbero problemi con Washington. In questa situazione di continua oppressione a tutti i livelli, un paese così piccolo ed economicamente fragile come il nostro deve potersi difendere da intrusioni indesiderate. Il popolo coreano è stufo di menzogne e di gente falsa.

Perché in Corea del Nord non c’è nessun tipo di opposizione al governo? Perché non si ascoltano mai opinioni dissenzienti dalla linea del Partito-Stato?
Perché nel nostro sistema socialista esiste un concetto di unità che ci porta a lavorare tutti per lo stesso progetto comune. In Corea abbiamo un’ideologia che fin da piccoli alimenta nei cittadini una naturale attrazione verso questo tipo di società, della quale tutti vogliono sentirsi partecipi. La chiave della vittoria del sistema sta nell’impedire l’entrata nel paese alla propaganda anti-socialista ma soprattutto nell’educazione delle nuove generazioni. Non ci sono voci discordanti perché nessuno in Corea tenta di imporre la propria visione al vicino.

Però intimamente ognuno avrà certamente opinioni diverse rispetto alla situazione politica e sociale. Perché queste idee non si possono esprimere pubblicamente?
Lo si può fare, sempre che si rispettino le istituzioni. Quel che non si può permettere è che i panni sporchi si lavino in pubblico. Chi ha una lamentela può parlare con il rappresentante politico del distretto il quale si incaricherà, se è il caso, di presentare una mozione al Partito e all’Assemblea del Popolo. Non ci saranno rappresaglie se la proposta è rispettosa. Ma bisogna impedire che si crei disordine sociale attraverso attività anti-governative, proselitismo, conflitti tra gruppi religiosi.

Testimonianze di rifugiati e perfino di ex membri del regime hanno denunciato la presenza di una fitta rete di campi di concentramento in territorio nordcoreano. Che cosa sono questi campi e chi vi è rinchiuso?
Non esistono campi di concentramento. Ci sono estese porzioni di territorio in cui lavora gente comune, per esempio fattorie collettive o gruppi dedicati a servizi forestali. Non ci sono prigionieri. Le dichiarazioni dei cosiddetti rifugiati sono profumatamente pagate da chi ha interesse a diffondere queste menzogne. Chi parla di campi di concentramento lo fa per denaro, elargito il più delle volte da organizzazioni cristiane fondamentaliste in cambio di testimonianze false. Per una casa e un lavoro a Seul è normale che alcune persone siano disposte a mentire.

Ma ci sono anche immagini satellitari che dimostrano la presenza di campi recintati e sorvegliati.
I satelliti non chiariscono di cosa si tratti. Si vedono “cose”, non campi di concentramento. La presenza militare è dovuta al fatto che l’esercito è sempre in prima linea nei lavori più importanti e complessi. Le costruzioni che si osservano sono in molti casi basi militari o baracconi in cui alloggiano i soldati. E’ impossibile dal satellite distinguere queste costruzioni dalle fattorie collettive.

Lei nega l’esistenza di prigionieri politici in Corea del Nord?
E’ un fenomeno che non si produce nel nostro paese. Non ho mai avuto notizia di nessuno che abbia protestato contro Kim Jong-il, né ho mai visto scritte anti-governative sui muri delle città o dei villaggi.

Se non ha nulla da nascondere, perché il governo di Pyongyang non permette all’inviato per i diritti umani dell’ONU di entrare nel paese?
Tu apriresti la porta della tua casa a chi ha insultato e calunniato pubblicamente te e la tua famiglia? Sia l’ONU che Amnesty International si permettono, senza conoscere la realtà del paese, di pubblicare rapporti che danneggiano la nostra reputazione. Da chi sono pagate queste organizzazioni?

Lei crede che in Corea del Nord i diritti umani siano rispettati?
Sì.

Qual è la sua personale concezione dei diritti umani?

Tutti hanno diritto alla soddisfazione dei loro bisogni fondamentali, senza eccezione: casa, cibo, lavoro, una vita pacifica, armoniosa e felice. Questi per noi sono i diritti umani essenziali della persona.

E le libertà di espressione, di stampa, di movimento, di associazione?
Non si può avere tutto. E’ necessario sacrificare una parte della propria individualità per il bene della collettività. Oltretutto questo concetto di libertà è strettamente legato alle capacità economiche delle persone e come tale del tutto teorico: l’80 per cento della popolazione mondiale non può beneficiarne. Speriamo che il capitalismo attraversi altre crisi come questa.

E la libertà religiosa?
E’ assicurata in Corea del Nord.

Ci sono ancora nemici di classe in Corea del Nord?
Non solo nemici di classe ma persone che commettono errori e devono essere rieducate socialmente. Se la persona riconosce pubblicamente il suo errore – per esempio in un caso di corruzione – e si scusa pubblicamente, viene perdonata. Dipendendo dalla posizione che occupa sul posto di lavoro, subisce un declassamento.

Quindi si svolgono ancora sessioni pubbliche di auto-accusa e indottrinamento ideologico.
Sì, nelle unità e di lavoro e nelle cellule del Partito. L’idea è quella secondo cui ognuno forma parte di una grande famiglia e deve assumersene la responsabilità di fronte agli altri membri.

Qual è la sua posizione personale sulla pena di morte? In che casi si applica in Corea del Nord?

Sono totalmente contrario alla pena di morte. In Corea ufficialmente esiste ma si applica molto raramente, solo in casi di spionaggio e sabotaggio.

(continua)
Gen 1027

Intervista. "La mia vita per Kim Jong-il"

Pubblicato da Enzo Reale alle 20:40 in Current Affairs





Si chiama Alejandro Cao de Benós, discende da una famiglia dell’aristocrazia rurale catalana ed è, ad oggi, l’unico funzionario occidentale nel governo della Corea del Nord. Nella sua veste di delegato speciale del Comitato per le Relazioni Culturali con l’Estero, il trentacinquenne originario di Tarragona si muove per il mondo come un ambasciatore aggiunto, riceve delegazioni straniere a Pyongyang e si incarica di procacciare affari con le aziende del capitalismo avanzato. Come presidente della Korean Friendship Association (KFA), da lui fondata nel 2000, si vanta di esportare il verbo di Kim Jong-il e di far conoscere il Regno Eremita a politici (anche italiani) e curiosi.
Mentre le rivoluzioni dell’89 liquidano il totalitarismo in Europa, Alejandro Cao de Benós si lancia alla ricerca di un modello di società che incarni la sua idea di comunismo. Lo trova nella Corea del Nord e da quel momento la sua vita cambia. Comincia a viaggiare a Pyongyang quando ancora nessuno lo fa e a presentare progetti culturali ai rappresentanti del regime. Superate le diffidenze iniziali e gli inviti a ritornare da dove era venuto, Cao si apre gradualmente le porte delle istituzioni facendosi precedere da una delle frasi storiche del Caro Leader: “La parola impossibile non esiste in coreano”. Quando propone di realizzare il primo sito Internet ufficiale della Repubblica Democratica Popolare di Corea è Kim Jong-il in persona a cooptarlo all’interno della struttura di potere. Da allora Cao è un soldato fedele all’ideologia Juche, quel misto di comunismo asiatico e orgoglio nazionalista frutto dell’elaborazione intellettuale del Presidente Eterno Kim Il-sung. Non è mai stato su un campo di battaglia ma sull’uniforme che indossa quando è a Pyongyang sfoggia onorificenze civili e militari, oltre all’immancabile distintivo dei due Kim. Ho avuto occasione di parlare con lui durante un suo breve soggiorno spagnolo.
Il quotidiano L'Opinione ha pubblicato questa intervista in due puntate (la prima e la seconda). Per ragioni di spazio ho dovuto selezionare domande e risposte ma spero comunque di essere riuscito a rendere l'idea. Per chi fosse interessato alla versione integrale, la pubblicherò su questo blog in quattro parti, cominciando da oggi. Buona lettura (e ogni commento è benvenuto).

Cominciamo dall’inizio. A quando risale la sua passione per la Corea del Nord?
A quando avevo 15 anni. Stavo cercando un sistema che rappresentasse al massimo il mio ideale di società egualitaria. Era l’epoca della scomparsa dell’Unione Sovietica, a sinistra tutti volgevano lo sguardo verso la socialdemocrazia e nessuno voleva più chiamarsi comunista. I principi erano in vendita. Analizzai il modello vietnamita, quello cinese e quello cubano. La Corea del Nord in quel momento era tabù anche per la sinistra più radicale. Fu a Madrid che venni in contatto per la prima volta con tre famiglie nordcoreane che rappresentavano il paese nell’Organizzazione Mondiale del Turismo, ottenni materiale sulla Corea del Nord e cominciai a coltivare il mio interesse.


Come avviene il salto da ammiratore a funzionario del governo nordcoreano? Come ha fatto a conquistarsi la fiducia del regime?
E’ un cammino lungo durato dieci anni, finché nel 2002 il governo di Pyongyang mi riconosce come delegato speciale. Il mio sogno era sempre stato lavorare per un progetto socialista reale. Mi sentivo totalmente identificato con la Corea del Nord non solo a livello ideologico ma anche dal punto di vista spirituale e culturale. All’inizio mi scontrai con un’atmosfera di sospetto e con i legittimi dubbi dei miei interlocutori sulle mie reali capacità. Ma in Corea del Nord se tu riesci a portare avanti le tue proposte con successo, allora alla fine ricevi un appoggio unanime. Dopo anni di tentativi con progetti educativi e culturali, la chiave di volta fu la creazione della pagina web ufficiale della Repubblica Democratica di Corea nel 2000, il primo canale di comunicazione fra la Corea e il mondo. Una volta ottenuta l’autorizzazione dal Ministero degli Esteri e della Cultura fu Kim Jong-il in persona a dare la sua approvazione.
Per legge della Repubblica non è possibile rappresentare il paese se non si è nati in territorio nordcoreano. Nel mio caso le autorità fecero una eccezione riconoscendo che avevo dimostrato di voler davvero realizzare il mio sogno, quello di lavorare per loro.
Tengo a precisare che dal governo nordcoreano non ho mai ricevuto denaro e tutte le posizioni che occupo attualmente sono onorifiche.

Quali sono esattamente le sue funzioni a Pyongyang? Che cariche riunisce?
Esercito tutte le funzioni proprie di un ambasciatore su scala mondiale, a livello diplomatico, culturale e commerciale. Mi incarico di accogliere delegazioni straniere, di risolvere problemi logistici quando i diplomatici sono a Pyongyang, di favorire le relazioni e i gemellaggi con i rappresentanti politici che si dimostrano interessati a conoscere la realtà della Corea del Nord, e agisco come portavoce del governo di fronte ai mezzi di comunicazione internazionali. E’ un incarico polivalente, che non esisteva prima.

Qual è il suo livello di partecipazione nella gestione degli affari di governo in Corea? Assiste a riunioni ufficiali? Viene consultato dalle alte cariche dello stato su questioni specifiche?

Lavoro per il Comitato per le Relazioni Culturali con l’Estero, che dipende sia dagli Esteri che dal Ministero della Cultura. Mi riunisco periodicamente con le principali cariche dello stato, tra cui il Presidente dell’Assemblea del Popolo Kim Yong-nam e i funzionari dei ministeri per cui lavoro.

Quanti membri e quante sedi ha l’associazione che lei presiede?
Siamo 9000 associati in 120 paesi. Quasi tutto il denaro che ci serve proviene dalle mie tasche. Altrimenti ci finanziamo con la vendita dei nostri gadgets e con le commissioni sui contratti che procuriamo al governo nordcoreano, ma quest’ultima è una fonte d’ingresso piuttosto limitata. Per esempio in Italia abbiamo appena firmato un accordo con Indesit, per la fornitura di elettrodomestici a basso prezzo per la nostra gente. Anche noi come tutti cerchiamo la qualità dei prodotti ed è per questo che preferiamo lavorare con aziende europee piuttosto che con la Cina, ad esempio.

Qual è il suo obiettivo?

Avvicinare al nostro paese chiunque sia interessato a conoscerne la realtà. Ovviamente è necessario che rispetti la Corea del Nord, che non manifesti intenzioni ostili o ci insulti.

Come sa sono in vigore sanzioni americane contro la Bank Delta Asia, con sede a Macao, considerata un centro di riciclaggio dei fondi provenienti dalle attività illecite del governo nordcoreano. Quali sono i legami della Korean Friendship Association (KFA) con questa entità bancaria?
La KFA non ha conti bancari all’estero. Come ho già detto tutto il denaro proviene dalle piccole attività che gestiamo o dal mio conto personale, frutto del mio lavoro e dei miei investimenti. Oltretutto il problema della Bank Delta Asia è ormai superato. Le accuse americane si sono dimostrate infondate e nel momento in cui gli Stati Uniti hanno mutato il loro atteggiamento passando da una posizione aggressiva ad una più dialogante, i conti correnti sono stati sbloccati. Parliamo già di qualche mese fa.

Quanti mesi all’anno passa in Corea e quanti all’estero?
Circa sette mesi in Corea ed il resto del tempo in missione per conto del governo.

Accompagna diplomatici nordcoreani negli incontri con delegazioni straniere?
Raramente. Lavoro con gli ambasciatori nordcoreani ma non mi incarico direttamente degli incontri diplomatici.

Quali sono state le sue ultime missioni?
Lo scorso novembre sono stato in Canada a trattare con una importante impresa farmaceutica la fornitura di medicinali per il nostro paese: principi attivi ed altri elementi chimici. Inoltre stiamo lavorando sul alcuni progetti relativi alle energie rinnovabili con organizzazioni italiane.

Gestisce qualche attività economica in Corea?
No, nessuna.

Può descriverci la sua giornata tipo quando si trova a Pyongyang?
Mi alzo alle sette, faccio colazione come tutti e vado a lavorare. Mi riunisco con i direttori dei vari dipartimenti per analizzare l’agenda della giornata e in generale accompagno i delegati in visita a Pyongyang negli incontri con i responsabili dei ministeri. I dirigenti nordcoreani parlano un inglese basico e spesso devo fare da intermediario. Kim Jong-il invece parla correttamente inglese, russo e cinese, oltre al coreano.

In che parte della capitale vive?
Vivo in un piccolo appartamento davanti all’Hotel Koryo, nel centro di Pyongyang, a due passi dal Ministero degli Esteri e della Cultura. Vado al lavoro a piedi, anche se tutti i funzionari del governo hanno a disposizione l’auto ufficiale.


Quando non lavora che cosa fa a Pyongyang?
Non ho molto tempo libero. Lavoriamo dal lunedì alla domenica e normalmente finiamo all’una di notte. A volte le riunioni finiscono al ristorante in piena notte.


Lei ha la cittadinanza nordcoreana. Ma cosa significa sentirsi nordcoreano?
Significa lottare per l’indipendenza e per preservare la cultura della nostra patria, avere l’obbligo di creare qualcosa non solo per il proprio beneficio personale ma per l'insieme della società.

E’ vero che a Pyongyang la gente la ferma per la strada? Cosa le dicono le persone che incontra?

E’ vero. Mi conoscono principalmente per i programmi televisivi a cui partecipo e per i discorsi che pronuncio sui canali nazionali e negli stadi. Inoltre canto in coreano per la popolazione in occasione di manifestazioni pubbliche. Mi trattano con affetto e ammirazione, mi vedono come uno di loro, un “compagno” come gli altri. In Corea del Nord non esistono differenze sociali e un dirigente del governo è uguale ad un cittadino comune.

Conosce il coreano così bene?
No, lo sto imparando. Con i miei colleghi parlo in inglese e gli inni li imparo a memoria. Anche gli editoriali che scrivo per il Rodong Sinmun sono in inglese e poi vengono tradotti.

Dal punto di vista dei costumi, quali sono i tratti caratteristici della società nordcoreana?
Innanzitutto il rispetto per la famiglia, per gli anziani, in generale per le altre persone. Nel Sud tutto questo non esiste più a causa dell’influenza occidentale e americana in particolare.

Cosa rappresentano tutte quelle decorazioni che si vedono sulla sua uniforme?

Sono onorificenze civili e militari. L’Ordine Internazionale per le Attività Culturali, l’Ordine della Bandiera Nazionale per le mie attività civili e una medaglia per meriti di lavoro.

Ma lei ha combattuto con l’esercito nordcoreano?

No, certo. Ma l’onorificenza militare che porto è un riconoscimento attribuito solo alle unità militari d’élite che mi fu consegnata personalmente a Panmunjom da un colonnello dell’esercito. Dal suo cuore al mio.

Riceve regali da Kim Jong-il?
Mi fece personalmente un regalo: un servizio da tè di porcellana.

Non si sente mai un privilegiato rispetto al resto della popolazione?
No, perché la mia condizione di straniero mi ha sempre procurato più difficoltà che vantaggi. Sono il primo e unico nella storia ad aver conseguito quello che ho conseguito io. Avevo tutto contro. Quando tutti mi dicevano che il mio era un sogno impossibile, io rispondevo che – come dice lo stesso Kim Jong-il – la parola “impossibile” non esiste in coreano. Ed io l’ho dimostrato. Qualsiasi coreano può accedere a posizioni di governo, ma in teoria gli stranieri no.

Qualsiasi coreano? E’ sicuro? Chi seleziona la classe dirigente in Corea?
La seleziona il popolo attraverso votazioni che si svolgono ogni quattro anni, altrimenti il sistema non si potrebbe sostenere.

Ma se io lavoro in una fabbrica di scarpe e voglio entrare a far parte del Partito e cominciare una carriera politica, come devo fare?
Devi parlare con i tuoi compagni dell’unità di lavoro durante i momenti di riposo, esporre le tue intenzioni, chiederne l’appoggio. Saranno loro i primi a proporti per l’Assemblea Suprema del Popolo e a votarti. Ti puoi presentare alle elezioni in uno dei tre partiti esistenti.

Tre?
Certo, non c’è solo il Partito dei Lavoratori in Corea. Ma le cose non sono come in Occidente: gli altri partiti non sono schieramenti di opposizione, non lottano per il potere, ma si complementano nell’attività legislativa.

Quanti membri ha il Partito dei Lavoratori?
Circa sei milioni. Ma qualsiasi persona può partecipare alle riunioni del Partito, anche senza essere iscritto.

C'è una storia che gira su di lei. Dicono che qualche anno fa avrebbe minacciato un giornalista della ABC, Andrew Morse, reo di aver girato un servizio critico nei confronti della Corea del Nord. Sarebbe addirittura entrato nella sua stanza d’albergo per spaccare il suo computer. Com’è andata davvero?
I giornalisti americani non possono entrare a Pyongyang senza un visto speciale. Io glielo procurai facendogli un favore, mettendo in gioco la mia reputazione. Lo avvisai più volte che non poteva fare fotografie a obiettivi strategici, come installazioni militari, stazioni ferroviarie. Da subito cominciò a comportarsi in una maniera poco ortodossa, disattendendo le mie indicazioni. Aveva la sua agenda, raccogliere materiale per venderlo all’FBI o al governo americano. Non ebbi altra scelta che agire di forza e requisire il materiale illegale dopo averlo smascherato.

Lei crede davvero che un giornalista americano possa vendere materiale al proprio governo?

Certamente, anche perché è l’unico modo di viaggiare in Corea del Nord al di fuori delle limitazioni applicate ai turisti americani. Per noi un turista è uguale a una spia potenziale. Chi entra come turista in Corea del Nord non vede praticamente nulla.

(continua)
Gen 1025

Tenetevi forte

Pubblicato da Enzo Reale alle 22:26 in Current Affairs


Domani nello Sri Lanka si vota per il presidente. E non c'è un bel clima.

Sri Lanka Foreign Minister Rohitha Bogollagama is warning that up to 800 army deserters, most allied with former general and opposition candidate Sarath Fonseka, are poised to disrupt the presidential election.
"Unscrupulous elements can exploit this situation, cause violence in a manner that is alien to our traditions of tolerance and unknown in Sri Lanka before the conflict situation erupted," he said.

Former General Fonseka, hoping to unseat President Mahinda Rajapaksa, says five battalions posted in the capital - including two composed of special forces soldiers,  some just 100 meters from his campaign office - are an ominous sign that he and other opposition leaders could be targeted him as part of a "military coup" should he prevail at the ballot box.

(Sri Lanka Tense on Eve of Presidential Election)
Gen 1010

La guerra non è un pranzo di gala

Pubblicato da Enzo Reale alle 21:09 in Current Affairs


Dopo mesi di investigazioni le Nazioni Unite (non la Bibbia, quindi) hanno deciso che il video in cui si mostrava un'esecuzione di nove prigionieri Tamil da parte di militari dello Sri Lanka è autentico. Il governo di Colombo nega, allegando accuse di manipolazione delle immagini. Chi è passato vicino a quelle trincee, anche se a battaglia ormai conclusa, chi ha parlato con qualche vittima diretta o indiretta della follia Tamil e della conseguente reazione governativa sa bene che oggi nello Sri Lanka, per la prima volta in 25 anni, c'è una speranza di ritorno alla vita e alla normalità. Quel video non può piacere a nessuno, è chiaro, e come spiega il giornalista di Channel 4 "the images are deeply disturbing". Ma un governo che ha sconfitto una guerriglia tra le più spietate del continente (e non solo) potrebbe tranquillamente permettersi, invece di negare, di invitare i funzionari del Palazzo di Vetro ad andarci loro, la prossima volta, a setacciare la foresta in cerca di terroristi. E a scriverlo dopo, il rapporto.
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